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Vittore Buzzi | Come aiutare nei paesi in via di sviluppo e terzo mondo
Come aiutare nei paesi in via di sviluppo e terzo mondo
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Aiutare

Quanto è difficile aiutare: i progetti di emergenza

Vittore Buzzi Photography

Quanto è difficile aiutare: i progetti di emergenza

Aiutare nei paesi in via di sviluppo o del terzo mondo è una faccenda complicata.
Sono molti gli aspetti da considerare e bisogna muoversi con grande attenzione, altrimenti si rischia di fare dei grossi pasticci pur animati dalle migliori intenzioni.
Intanto ci sono vari livelli di aiuto: 1) Quello con grandi progetti di sviluppo guidato da organizzazioni sovranazionali  e mirato alla crescita dell’intero paese; 2) Quello con micro progetti che hanno impatto sulle economie e le società locali.
In questo breve testo mi occuperò di un sottoinsieme dei secondi in cui sono stato più volte coinvolto nel corso della mia vita, ricordando che spesso i micro progetti beneficiano enormemente del fatto che in un “sistema paese” siano in atto dei macro progetti corretti e coerenti, volti a sviluppare un ceto medio e non a foraggiare una classe politica corrotta e inconcludente…

Qualsiasi progetto di aiuto non può prescindere da una comprensione del tessuto politico e sociale in cui ci si va a muovere e dal fatto che devono esserci delle regole o leggi condivise, dei valori di fondo forti a cui rifarsi. Questo non è per niente scontato in zone esposte magari per lunghi anni a situazioni di guerra, guerriglia e di scontri tribali.
Anche i micro progetti vanno divisi in due categorie:  1) quelli di emergenza;  2) quelli di sviluppo anche se a volte tendono ad intersecarsi.

Progetti di Emergenza
Sono tipicamente i progetti in cui vengono erogate competenze e prodotti (possono essere cibo o medicinali) per un determinato periodo di tempo e in cui il ricevente dipende quasi totalmente dalla volontà dell’altro e difficilmente ha la possibilità di instaurare (soprattutto nel periodo iniziale)  un dialogo propositivo in quanto è troppo impegnato a “sopravvivere”
Possiamo ascrivere a questo genere di interventi: dispensari medici, piccoli ospedali, orfanotrofi, centri di distribuzione di cibo. Si deve  capire che in paesi poveri dopo la prima fase “d’urto” che una emergenza umanitaria può richiedere si deve subito spezzare il circolo vizioso di un ricevente nulla facente che basa la sua vita su aiuti esterni.
Lo scopo dell’Aiutare non è formare un società di accattoni ma aiutare a riprendere in mano le redini della propria vita.
Quindi non appena stabilizzata la situazione di crisi vanno attivate delle “politiche” o dei “protocolli” di sviluppo.

L’esempio ci viene da un dispensario medico che ha in cura dei pazienti affetti da HIV, passata la prima fase in cui si prendono in carico i pazienti e si inizia ad erogare la terapia si possono iniziare una serie di iniziative collaterali che vanno meditate bene per non avere impatti negativi sulla comunità:

  1. Corsi di educazione sulla trasmissione del virus;
  2. Corsi di formazione su mestieri utili alla comunità che persone affette da questo tipo di patologie è meglio che svolgano;
  3. Formazione di personale di complemento;
  4. Coinvolgimento con organizzazioni locali in modo da trasmettere competenze;
  5. Affiancamento al progetto di emergenza di uno o più progetti di sviluppo.

In certi paesi, tipicamente in Africa, sembra più difficile attivare circoli virtuosi.

Ora se siete arrivati fin qui mi chiedevo se magari qualcuno di voi mi aiuta a compilare una bibliografia anche magari con casi pratici su come erogare micro aiuti nei paesi del terzo mondo.
In quanto ci sono centinaia di migliaia di esperienze ma non trovo dei testi di approfondimento…

Per quanto riguarda le macro analisi si può partire da qui.

Consiglio poi a chi fosse interessato di leggere: “La carità che uccide: Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo mondo” di  Dambisa Moyo

 

Vittore Buzzi

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